Discorso sulla Costituzione

di Piero Calamandrei

Il discorso qui riprodotto fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.

L’art.34 dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:

“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “-corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.

Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.

“La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: “Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentisno alla politica. E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una cosa piacevole.

Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita -rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora vedete -io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.

Quando io leggo nell’art. 2, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate,“l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.

Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

—-

Un grazie a “Per Favore Parlate al Conducente“, a Flavio Insinna, a Radio2 Rai.

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Italia, bene comune.

Noi, cittadine e cittadini democratici e progressisti, ci riconosciamo nella Costituzione repubblicana, in un progetto di società di pace, di libertà, di eguaglianza, di laicità, di giustizia, di progresso e di solidarietà

Vogliamo contribuire al cambiamento dell’Italia, alla ricostruzione delle sue istituzioni, a un forte impegno del nostro Paese per un’Europa federale e democratica. Crediamo nel valore del lavoro, nello spirito solidaristico e nel riconoscimento del merito. Vogliamo archiviare la lunga stagione berlusconiana e sconfiggere ogni forma di populismo.

Oggi siamo noi i protagonisti del cambiamento e ne sentiamo la responsabilità. La politica non è tutta uguale. Vogliamo che i nostri rappresentanti siano scelti per le loro capacità e per la loro onestà. Chiediamo che i candidati dell’Italia Bene Comune rispettino gli impegni contenuti nella Carta d’Intenti.

Per questi motivi partecipiamo alle elezioni primarie per la scelta del candidato comune alla Presidenza del Consiglio e rivolgiamo un appello a tutte le forze del cambiamento e della ricostruzione a sostenere il centrosinistra e il candidato scelto dalle primarie alle prossime elezioni politiche.

Per l’Italia. Bene Comune.

 

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Nives e Romano

Alpinismo, la doppia impresa di Benet

La Repubblica — 18 marzo 2012 —   pagina 21   sezione: Cronaca

TRENTO – Dopo due anni (e due trapianti di midollo osseo) riprende la corsa agli Ottomila di Romano Benet e della moglie Nives Meroi: coppia nella vita, coppia in alta quota, coppia unita più che mai nella malattia di lui, hanno annunciato che ad aprile torneranno sull’Himalaya, per ripartire da dove si erano fermati nel 2009. Come se fosse la cosa più normale del mondo: «Come se questi mesi trascorsi a lottare contro il male fossero stati una pausa nella tenda al campo base» ,spiega lui. «È ora di mettere la testa fuori e riprendere la salita».

Solo chi ama (veramente) la montagna potrà capire Romano Benet quando dice che in questi due anni di cure, delusioni e speranze non è mai mancata la voglia di tornare un giorno lassù: «È l’unica cosa che mi ha tenuto in vita. Avevo un sogno da realizzare, mi dicevo dai, tornerai lassù. E ora lo faccio».

Aveva fatto notizia nel 2009 la rinuncia di Nives a diventare miss Ottomila, la prima donna a conquistare le vette più alte della terra: da vent’anni scalava assieme al marito Romano, ma quell’estate si fermòa 7.500 metri, sui versanti del Kangschenjunga (la terza cima al mondo dopo Everest e K2 con i suoi 8.856 metri di quota) per tornare a valle assieme al compagno di vita e di cordata e affrontare la battaglia più importante, la scalata del quindicesimo ottomila, per usare le loro parole. Una battaglia cominciata con una discesa: «Ma senza quella rinuncia ora non saremmo qui assieme» ricorda lei. «Nives continua» le disse Romano, indebolito dai primi sintomi della malattia. Ma lei si fermò, perché ci sono cose più importanti delle montagne. Lei che non usava bombole d’ossigeno, lei che saliva in stile alpino (zaino in spalla) senza l’esercito di sherpa al seguito. Lei che affrontava l’alta quota “by fair means”, insomma con lealtà.

Vadano avanti le altre, quelle che non scalano le montagne ma le “usano”, la coreana e la spagnola che ancora si contendono il primato.

La storia si era fermata, la storia adesso riprende. Nives tornerà in quota perché Romano ha ritrovato la forza. E il grazie va a quel donatore anonimo che a Romano ha ridato la vita.

«La nostra è una storia di speranza, ma anche di grande solidarietà. La donazione degli organi e del sangue è il grande esempio di alleanza umana».

Ripartiranno proprio da quella vetta – il Kangchenjunga – dove si erano fermati: «Una montagna bellissima». Troveranno sul posto compagni di spedizione con cui condividere la scalata. E lui non smette di ringraziare la sua Nives: «Non potrò mai dimenticare che ha rinunciato alla sua grande carriera per starmi accanto, anche se le dicevo di andare avanti, di continuare». Per Romano e Nives è stato come affrontare una spedizione: «Non sapevamo cosa sarebbe successo la settimana successiva- racconta lui- ma siamo andati avanti assieme, un passo dopo l’altro, come si fa in montagna. Il primo trapianto di midollo osseo non ha funzionato, il secondo ci ha ridato la speranza. È stato come essere chiusi in una tenda al campo base, ma ora è tempo di riprendere la salita e di cominciare ad emozionarsi come prima. Sì, ho di nuovo voglia di emozionarmi».

Lui ha cinquant’anni, lei uno di più. Luiè di origini slovene, lei bergamasca, vivono assieme a Tarvisio, sulle montagne friulane al confine con l’Austria. Partiranno per l’Himalaya ai primi di aprile: «Sarà come ripartire da zero» spiega Romano Benet.

Ma i test dell’autunno scorso in Nepal (e ancora prima sul Gran Paradiso) sono stati positivi.

Nessuna sfida alla montagna – spiega lei, che non gradisce la parola sfida soprattutto quando è riferita alla montagna – ma per chi ama i primati e le classifiche questi due alpinisti cinquantenni restano comunque la coppia che ha raggiunto il maggior numero di Ottomila.

All’appello mancano soltanto il Makalu, l’Annapurna e il Kangchenjunga. Tutti e tre già tentati in precedenza. Ieri sera i due alpinisti erano ospiti del Cai di Rieti per raccontare la loro storia. Da quel 2009 si sono dedicati al sostegno per la donazione degli organi: «Nella vita, come in montagna e nella malattia, si è soli. Ma la solidarietà di un dono di vita è l’esempio dell’alleanza umana».

– ANDREA SELVA

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Etica democratica del vero Alpinismo

Montagna.tv 22/02/2012 – Autore Valentina d’Angella

Telenovela Cerro Torre, la voce di El Chalten

EL CHALTEN, Argentina – “Gli alpinisti non sono un’elite privilegiata ma semplici esseri umani che hanno gli stessi doveri di chi alpinista non è. Come si può pensare che gli abitanti di El Chalten non debbano avere voce in capitolo perché non raggiungono il livello degli scalatori ‘d’élite’?”.

Questa la risposta di El Chalten, a chi come Rolando Garibotti avrebbe dichiarato di non volere un confronto con gli abitanti del paese per via di un impari livello alpinistico. Pubblichiamo il verbale dell’assemblea cittadina tenutasi a fine gennaio scorso, che riferisce quanto accaduto ai piedi del Cerro Torre all’indomani della schiodatura della via di Maestri e le conclusioni del dibattito pubblico.
Dopo aver sentito le opinioni favorevoli e contrarie alla schiodatura del Cerro Torre, arriva ora la voce degli abitanti del luogo che rivendicano il diritto di decidere su ciò che rientra nei confini del proprio territorio.

Pubblichiamo di seguito il verbale dell’assemblea tenutasi a El Chalten pochi giorni dopo la rimozione dei chiodi dalla via del Compressore. Il documento è stato pubblicato dal giornale locale La Cachaña e costituisce l’ultimo capitolo di una polemica che non cessa di animare il dibattito alpinistico internazionale.

Il verbale dell’Assemblea al Centro Andino di El Chalten
Il Centro andino di El Chalten ha rilasciato questa dichiarazione come verbale della riunione che si è tenuta nella città andina il 26 gennaio scorso, durante la quale sono stati dichiarati indesiderati a El Chalten Jason Kruk e Hayden Kennedy.
Alla riunione, convocata dal Club Andino di El Chalten giovedì 26 gennaio alle ore 19:30, sono state invitate tutte le parti interessate e sul posto sono intervenute oltre 150 persone. Prima di iniziare il dibattito gli organizzatori hanno aspettato gli alpinisti americani per circa mezz’ora, poi la dottoressa Carolina Codó, presidente del Club Andino di El Chalten – secondo quanto riferisce il giornale locale La Cachaña – si sarebbe recata personalmente a casa di Rolando Garibotti per invitarlo a intervenire, ma senza successo.
Non vengo all’assemblea – avrebbe detto Garibotti alla Codó – perché i partecipanti non sono sportivamente all’altezza per poter discutere con me. Non partecipo all’assemblea se non sono presenti: Carlos Comesaña, Ermanno Salvaterra e Cesare Maestri” o altrimenti “se non sono invitato personalmente, per iscritto e in anticipo”.

Kruk e Kennedy, inizialmente intenzionati a partecipare all’assemblea, hanno poi cambiato idea una volta sentita la posizione di Garibotti.
L’assemblea quindi è andata avanti senza di loro ribadendo per prima cosa quanto convenuto nell’assemblea del 2007: non utilizzare più in futuro scale di chiodi ad espansione su nessuna montagna; sì alla ricerca di soluzioni condivise, no all’arroganza delle idee e delle azioni da parte delle parti chiamate in causa; accettare la storia come parte della nostra cultura.
I climbers Hayden Kennedy Jason Kruk sono stati dichiarati “persone non gradite” a El Chalten per essere stati irrispettosi della comunità che si era già espressa contro la rimozione dei chiodi, con una lettera scritta in spagnolo, tradotta in inglese, italiano, portoghese e tedesco e pubblicata su molti mezzi di comunicazione e sul web.
Inoltre come recita il Codice Etico della UIAA-punto 4 – in visita in paesi esteri:
Quando siamo in paesi stranieri dobbiamo sempre comportarci educatamente e con moderazione. Dobbiamo mostrare considerazione per le persone del paese e la loro cultura, siamo invitati, e sono i nostri anfitrioni…”
Non è un’aggravante la loro nazionalità, bensì il contesto in cui hanno portato avanti l’azione.
Anche se sembra ridicolo ricordarlo, è bene chiarire che quando Maestri aprì la via in questa valle non c’era ancora una popolazione e, certamente, se qualcuno volesse far qualcosa del genere oggi le persone manifesterebbero contro di lui con la stessa forza.

Beni Culturali
Come la Scuola di Meccanica Navale, (“ESMA”) centro di detenzione e tortura utilizzata durante l’ultima dittatura militare nella Repubblica Argentina, dal 2000 è uno “spazio di memoria” che ci ricorda ciò che è accaduto, un triste passato che NON vogliamo si ripeta, così la “Vía del Compressore” può essere DA NOI dichiarata patrimonio culturale.
Durante l’assemblea non si è discusso di trapani o di altre tipologie di attrezzatura ma ci si è voluti focalizzare sulla partecipazione della società. Ci sono persone che credono che solo chi è in grado di scalare il Cerro Torre possa avere voce in capitolo sulla questione, lasciando in disparte un certo numero di alpinisti attivi che aspirano a scalare questa montagna, i giovani alpinisti, le persone che vi si recano per realizzare ogni tipo di attività e, più in generale, la gente che vive sulle sue pendici. Di stile e attrezzature si parlerà nelle riunioni successive tra i membri del Club Andino di El Chalten.
Non si possono schiodare le vie che non ci piacciono perché questo trasformerebbe l’alpinismo in una guerra di etica dogmatica dove l’uno distrugge quello che fa l’altro.
E se parliamo di scale di chiodi, direttissime, ferrate e/o ferraglia accanto alle fessure (ce ne sono dappertutto…) ci sia di esempio questo brevissimo elenco:
Perry´s Lay Back- Squamish.
Regular- Half Dome.
Corde del Dent Du Geant.
Corde del Matterhorn.
All’incontro erano presenti molti abitanti del villaggio che non hanno mai usato una corda in vita loro, ma che si sentono in diritto di parlare, se si considera il Codice UIAA – Sezione 10: “Non essere intolleranti”, dove si dice che tutti i modi di andare in montagna sono validi, “tutti sono alpinisti e nessuno lo è più degli altri”.
Il nostro è un villaggio di montagna nuovo (è stato fondato nel 1985). Molti abitanti del villaggio sono alpinisti provenienti da altri Paesi, molti sono venuti per lavoro e hanno cominciato a scalare qui, un terzo degli studenti della scuola Polimodal partecipano alle attività in montagna, c’è un nutrito gruppo di bambini che fa parte del laboratorio di alpinismo, ci sono poi alpinisti falegnami, panettieri, insegnanti. Molti aspirano a salire, un giorno, quelle montagne che si illuminano di rosa alla mattina. Durante le operazioni di salvataggio delle vittime in montagna tutti si danno da fare: da chi fa i panini, a chi si occupa del trasporto del soccorso organizzato dai volontari del Comitato di soccorso del Club Andino Chalten. Detto questo, come si può pensare che gli abitanti di El Chalten non debbano avere alcuna voce in capitolo perché non raggiungono il livello degli scalatori “d’élite”?

Montagne selvagge
Come facciamo a riportare il Cerro Torre al suo stato naturale? Facciamo saltare in aria il ponte sul fiume Fitzroy? Distruggiamo tutta la segnaletica dei sentieri del Parco Nazionale? Che facciamo con gli abitanti, li facciamo traslocare tutti a Rio Gallegos per lasciare la valle pulita? Non consultiamo le previsioni meteo web perché l’incertezza fa parte dell’alpinismo del luogo? E che dire delle pagine Internet con tutte le informazioni utili per facilitare la salita?
All’assemblea hanno partecipato anche alcune “stelle della roccia” del calibro dell’italiano Elio Orlandi, al quale è stato chiesto che cosa sarebbe successo se a uno scalatore fosse saltato in mente di ripulire una “via ferrata” delle Dolomiti: “…andrebbe ‘arrestato’ – è stata la sua pronta risposta – …sarebbe qualcosa fuori dal normale, a nessuno verrebbe in mente, sarebbe un’offesa per la gente del posto”.
È stato anche chiesto a un membro dello staff del Parco Nazionale dello Yosemite (USA), il quale ha risposto che l’unica regola non scritta è che non può essere utilizzato il trapano elettrico e che se qualcuno pensasse di togliere qualcosa dalle vie classiche, la cosa più probabile è che succederebbe una cosa simile a quello che sta accadendo qui ora: la gente si riunirebbe per discutere sul da farsi.
Vale la pena ricordare che nel corso della polemica del 2007 ci furono casi di violenza a causa delle posizioni differenti e chi prese parte ai tafferugli furono cittadini USA.

Conclusione:
• Portare il tema ad altri organismi provinciali e nazionali e fare in modo che questo non si ripeta.
• Verificare come si potrebbero dichiarare le vie di scalata del parco come “Patrimonio culturale”.
• Redigere un codice di etica della scalata del Centro Andino El Chalten.
• Dichiarare la cordata nordamericana come “persone non gradite” per aver ignorato le decisioni prese nell’assemblea del 2007.
E, soprattutto, trascendere le opinioni e le azioni prepotenti per crescere come popolo, grazie ad azioni democratiche decise da tutti.

Punto 1. – Codice della montagna UIAA – “Essere più che apparire”. Le vanterie, il rumore attorno alle figure, la ricerca del sensazionalismo e le speculazioni pregiudicano l’alpinismo. Fare alpinismo significa vincere le difficoltà, è educativo, aumenta la fiducia in se stessi ma non deve condurre a un sentimento di superiorità.
Gli alpinisti non sono un’elite privilegiata ma semplici esseri umani che, verso le proprie famiglie e verso la società, hanno gli stessi doveri di chi alpinista non è.

da Rassegna Stampa di Intraigiarun

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The right to Surf The Web* (NewYorkTimes)

The Web may have its dark side, but in theory, every broadband-enabled person could potentially start an online business, take college courses online or enlighten the world with a game-changing blog. Some could even opt to start a revolution.

With such possibilities in mind, countries like France and Estonia have declared Web access a basic human right. They were joined last year by the United Nations, which declared that the Internet has become “an indispensable tool for realizing a range of human rights.”

As The Times wrote in an editorial last year, “Nobody should be banned from the Internet. It is a fundamental tool for enabling free speech.” That was soon after Middle Eastern leaders like Hosni Mubarak of Egypt had tried – unsuccessfully – to stem the tide of the Arab Spring by cutting off online access to their restive populations.

That flowering of freedom was spontaneous, free form and leaderless, and made possible by social networks and mobile technology.

Wael Ghomin, a Dubai-based Google executive who started the Facebook page that helped to foment the revolution, wrote in The Times: “I’m fully aware of a lot of opinions that this was a very big downside of the revolution that it had no leadership to take over after Mubarak stepped down. Only history will judge.

Regardless, a lot of Egyptians are now empowered.” Empowered with the help of technology. But does that make the technology a human right?

Vinton G. Cerf, a Google engineer and one of the founders of the Internet, wrote in The Times that “technology
is an enabler of rights, not a right itself.

There is a high bar for something to be considered a human right. Loosely put, it must be among the things we as
humans need in order to lead healthy, meaningful lives, like freedom from torture or freedom of conscience. It is
a mistake to place any particular technology in this exalted category.”

But human right or not, the digital divide persists even in advanced, democratic nations like the United States. In a Times opinion piece, Susan P. Crawford, a professor at the Benjamin N. Cardozo School of Law in New York, described America as “a country in which only the urban and suburban well-off have truly high-speed Internet access.” She added, “As our jobs, entertainment, politics and even health care move online, millions are at risk of being left behind.”

Though nations like Finland and South Korea boast blazing-fast download speeds and near-ubiquitous connectivity – thanks to a savvy mix of government incentives and private investment in the Web infrastructure – the United States lagged at 25th place in a study of Internet speeds last year.

Meanwhile, in many parts of the world, broadband is now essential. “You often hear people talk about broadband from a business development perspective,” said Brian Depew, an assistant director of the Center for Rural Affairs, a nonprofit research group in Lyons, Nebraska. “But it’s much more significant than that. This is about whether rural communities are going to participate in our democratic society.”

With broadband access, some may even start their own revolution.

Kevin Delaney, NYT

21.01.2012, 18:00
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Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Roma 1° maggio 1945 (Elsa Morante)

Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia.
Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica Sociale. Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine.

Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935),la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).

Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti. Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani). Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto. Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo.

Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.

Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita.

Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare.

Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.

Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando.

Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.

Pagina di diario, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988, poi in Opere (Meridiani), Milano 1988, vol. I, pp. L-LII; e anche in Alfonso Berardinelli, Autoritratto italiano, Donzelli, 1998, pp. 29-31.

FONTE: Agorà
[http://archetto.blogspot.com/2010/05/elsa-morante-mussolini-o-berlusconi.html]

mercoledì 19 maggio 2010

Elsa Morante: Mussolini o Berlusconi? 

“In rete gira un testo di Elsa Morante che, parlando di Mussolini, sembra parlare di Berlusconi. Ne girano molte versioni, alcune “corrette” e rivisitate. Indubbiamente se si tolgono alcuni paragrafi appare fortissima l’analogia tra i due personaggi.
Ma per correttezza pubbico il testo integrale evidenziando in grassetto le parti di testo che, se lette separatamente, assumono un aspetto inquietante.”
di Archetto
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Felicità interna lorda

Se buttare costa meno di riparare, se rimpiazzare costa meno di riutilizzare, allora non siamo davanti ad una nuova fonte di ricchezza, ma stiamo misurando il nostro mondo col metro sbagliato. Il denaro è un indice povero.

Giacomo

Da MicroMega:

La ricchezza, non solo una questione di PIL

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-ricchezza-non-solo-una-questione-di-pil/

di Alessandro Spaventa e Salvatore Monni, il manifesto, 18 luglio 2010

PIL. Se ne parla molto. C’è chi lo ritiene una delle massime invenzioni del novecento e chi uno strumento del demonio. C’è anche chi ha opinioni più moderate, ma i campi in generale sono ben definiti: o si è a favore o contro.

Questioni accademiche, direte. Mica tanto, se, per dirne una, Sarkozy ha deciso di istituire una commissione con dentro più premi nobel che commessi. È vero che probabilmente il presidente francese era in vena di grandeur e sognava una via francese nella statistica mondiale, ma qualcosa di politico ci deve essere. E in effetti c’è. Il PIL si propone, con più o meno fortuna, di misurare la ricchezza di una collettività, in genere uno stato. È stato elaborato nell’ambito di un corpus teorico che assume la crescita economica come elemento fondamentale. Elemento di fondo che rimane anche in tutte le versioni corrette dell’indicatore. Ed è qui che entra in gioco l’elemento di politica, o meglio, come direbbe un economista, dipolicy, che poi si trasforma però appunto in elemento di scelta politica.

Assumere il PIL come indicatore fondamentale delle performance di una nazione significa che l’obiettivo perseguito da quella stessa nazione è la crescita economica. Più o meno condivisibile, ma il problema è che tale obiettivo spesso viene determinato per default. Lo si persegue perché così è e così si fa, ma in molti casi non c’è stata una scelta vera e propria: sicuramente non da parte di chi dovrebbe farla, i cittadini; ma spesso e volentieri nemmeno dai governanti, che prendono la cosa come un dato di fatto.

È questo secondo noi il vero nodo della questione, ovvero non che cosa si misura, ma chi decide cosa misurare. È un problema che affligge non solo il PIL, ma anche tutte le misure alternative elaborate nel corso degli ultimi decenni, dagli indicatori dei bisogni fondamentali (basic needs), passando per l’Indice di Sviluppo Umano (Human Development Index) fino alla batteria di indicatori proposti dalla Commissione Sarkozy. Ognuno di questi indicatori, o insieme di indicatori, discende da un approccio teorico più o meno ben definito che esplicitamente o implicitamente definisce cosa si debba intendere per benessere di una società e quali obiettivi essa debba perseguire. Per alcuni l’obiettivo è la ricchezza di una comunità e quindi la crescita, per altri lo sviluppo inteso come soddisfacimento dei bisogni fondamentali (cibo, acqua, trattamento sanitario, distribuzione del reddito, ecc.), per altri ancora la capacità di assicurare una vita piena e dignitosa.

Il dibattito sugli indicatori quindi è in realtà un dibattito sugli obiettivi da perseguire. Una volta deciso a quale scuola di pensiero aderire la strada è segnata: si può essere o meno d’accordo se il dato indicatore sia quello più adatto o efficace in relazione agli obiettivi definiti dalla teoria, ma per il resto non c’è molto da discutere. E se si adotta un indicatore al posto di un altro implicitamente si sta scegliendo anche l’obiettivo che la società dovrebbe perseguire.

Ma visto che indicatori e obiettivi rappresentano due diverse facce della stessa medaglia, e visto che questi ultimi determinano le politiche economiche, che in effetti influiranno sulla vita dei cittadini, non dovrebbe la scelta dei primi derivare da un dibattito pubblico? In altre parole, chi dovrebbe decidere che cosa effettivamente contribuisce a migliorare il benessere di un paese: accademici e tecnocrati o i cittadini stessi?

Per quanto populista possa sembrare noi pensiamo che nonostante tutto questa ultima opzione sia quella preferibile. E, nonostante tutte le obiezioni che si possono muovere, anche non particolarmente difficile da realizzare nell’ambito di comunità caratterizzate da istituzioni democratiche o comunque rappresentative: non sono le elezioni o i consessi internazionali di governi democraticamente eletti a mancare, almeno in Europa. E allora ecco la nostra proposta: invertiamo la sequenza logica, dibattiamo prima degli obiettivi, scegliamo cos’è che realmente vogliamo, e poi pensiamo all’indicatore da usare. Potrà anche essere il povero e bistrattato PIL, ma almeno lo avremo deciso noi.

(19 luglio 2010)

Ed esempi alternativi ci sono..!

 

Qual è l’alternativa al Pil? L’esperienza del Bhutan:

http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=11491&lang=it

[ 22 luglio 2011 – 14:38:52 ]      –      Luca Aterini

Ancor prima che giungessero conferme sul forse inatteso accordo europeo sul nuovo salvataggio greco, volto a limitare i rischi del contagio della crisi del debito, i mercati danno l’impressione di aver imboccato una strada di rinnovata fiducia, come testimonia il rialzo delle borse del Vecchio continente. È possibile dire ancora ben poco su quanto sia duratura questa svolta, e quanto solida la pezza posta alla crisi dalle istituzioni europee. Quel che è certo è che, non appena le nebbie sulla crisi del debito sembrano cominciare a diradarsi, l’occhio dei mercati è di nuovo volto a scrutare le capacità di crescita dell’economia europea, con la locomotiva del Pil che si fa sempre più stanca, come noi italiani sappiamo bene.

Ogni volta che torna ad occupare la ribalta della cronaca, viene acriticamente considerata una buona notizia l’aumento del prodotto interno lordo di un Paese, ed una disdetta ogni suo calo: è l’imperativo della crescita. Solo da qualche tempo a questa parte, nel mondo occidentale, si comincia a riflettere a quale apporto sia in grado di offrire realmente un indice come il Pil per giudicare il progresso di una nazione.

Già Simon Kuznets, premio Nobel per l’economia, presentò nel 1934 il Pil da lui inventato avvertendo che non era affatto adatto per misurare il benessere della popolazione (ponendo tra l’altro già vari distinguo valutando tra vari tipi possibili di crescita). Facendo tesoro (un po’ in ritardo) di quest’ammonimento, nel 2008 il presidente francese Nicolas Sarkozy ha promosso l’istituzione di una commissione di ricerca per trovare un’alternativa concreta al Pil. La compagine di economisti, con a capo teste pensanti del calibro di Amartya Sen, Josep Stiglitz e Jean Paul Fitoussi, nella loro relazione finale non riuscì a partorire un nuovo indice sintetico, ma “solo” un insieme di raccomandazioni. È ben difficile individuare un nuovo metro di giudizio che tenga conto di una realtà complessa, esprimendola magari attraverso un solo numero.

Se i tentativi di un certo calibro da parte delle istituzioni occidentali di ovviare al problema si contano ancora sulle dita di una mano, cominciano comunque ad accumularsi gli esperimenti per riuscire a trovare una soluzione al dilemma, appurata ormai l’intrinseca parzialità di giudizio che caratterizza il Pil. Ad ultima testimonianza di tale percorso, l’Onu ha recentemente organizzato una tavola rotonda sul tema, come ha riportato greenreport.it sulle sue pagine (vedi link), accogliendo l’impulso proveniente dal piccolo Stato asiatico del Bhutan, che ha già sostituito il Pil con una misura della Felicità nazionale lorda (Gross national happiness – Gnh).

Il Bhutan, semisconosciuta monarchia costituzionale pressappoco delle dimensioni della Svizzera, è una nazione incastonata lungo la catena dell’Himalaya, tra il gigante indiano (dal quale dipende ancora fortemente, come dagli altri aiuti internazionali) e quello cinese, e ha nell’agricoltura la sua attività economica principale. Secondo i dati del 2009 riportati dal Fondo monetario internazionale, se il suo progresso fosse misurato in termini di Pil occuperebbe la 163esima posizione nella classifica mondiale. Ma questo non preoccupa la popolazione o le istituzioni del Bhutan, che dal 1972 ha ufficialmente adottato il Gnh come bussola per orientare il suo sviluppo.

Dal 1972, infatti, grazie all’incipit del monarca al tempo 16enne Jigme Singye Wangchuck, il Gnh è entrato a far parte delle statistiche ufficiali del Paese, sostituendo definitivamente il Pil nel 2008, giudicato inadatto a promuovere uno sviluppo complessivamente sostenibile, che abbia a cuore i bisogni del corpo come quelli della mente.

Nel Bhutan, già oggi 99,9% dei kWh prodotti proviene dall’utilizzo dell’energia idroelettrica; la scuola, la sanità, le infrastrutture e lo stato sociale in genere stanno conoscendo un lento ma progressivo aumento della qualità e della quantità dei servizi offerti alla popolazione, nonostante la persistenza di varie contraddizioni interne alla giovanissima democrazia, come quella che ha costretto una parte del popolo bhutanese nello stato di profugo, a causa di una politica per la preservazione della purezza della razza.

L’insieme degli indicatori che costituiscono il Gnh si basano su quattro pilastri: lo sviluppo sociale equo e sostenibile, la sostenibilità ambientale, la promozione della cultura e delle relazioni, ed il buon governo. Tali pilastri fondamentali sono poi stati distillati dal Centro studi per il Bhutan in nove diversi dimensioni di riferimento (spezzettate in un totale di 72 indicatori), che includono – novità considerevole – aspetti sia “oggettivi” che “soggettivi” della valutazione del benessere: l’utilizzo del tempo, il benessere psicologico, lo stato di salute, la vitalità della comunità, la varietà culturale e la sua resilienza, il livello d’istruzione, il tenore di vita, il buon governo, e la varietà ambientale con la relativa resilienza. Dal 2007, ad una parte del popolo bhutanese è stato sottoposto un questionario di più di 70 pagine che potesse offrire un quadro della situazione del Paese attraverso la redazione di questi indici.

Alla base di una politica basata sul Gnh sta la scuola e l’educazione per come è impartita in Bhutan, dove fino a poco tempo fa questo campo era di esclusivo dominio da parte delle istituzioni buddhiste. La scelta del modello educativo è giustamente ritenuta fondamentale per favorire l’adozione di uno stile di vita che sia compatibile con gli obbiettivi previsti da uno sviluppo basato sul Gnh. Proprio su questo fronte, il Bhutan si trova ad affrontare i primi problemi legati alla globalizzazione, con l’apertura all’estero (tramite media e turismo) che rischia di “inquinare” l’originale visione che il Paese ha di se stesso e dei propri obbiettivi da raggiungere.

Lungi dal voler essere un vero e proprio metro standard della felicità (probabilmente, e per fortuna, impossibile da ottenere) il Gnh potrebbe costituire una valida ispirazione – oltreché al momento una sorta di laboratorio o di test che dir si voglia su piccola scala – per un modello in grado di sostituire l’ormai vetusto Pil. Anche in altri e più “economicamente avanzati” lidi.

L’Onu chiede di adottare l’Indice della “Felicità nazionale lorda”. Il Pil non serve allo sviluppo sostenibile:

http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=11452&lang=it

[ 20 luglio 2011 – 17:38:11 ]

L’Assemblea generale dell’Onu ha adottato senza voti una risoluzione che indica «il benessere come un approccio globale dello sviluppo», in omaggio al Bhutan, «ardente difensore del Gross national happiness», La felicità nazionale lorda (Fnl-Gnh) ed ha deciso di organizzare durante la sua prossima sessione una tavola rotonda sul tema.

Nella sua risoluzione l’Assemblea Onu invita gli Stati membri «Ad elaborare delle nuove misure che tengano meglio conto dell’importanza della ricerca della felicità e del benessere al fine di orientare le loro politiche di sviluppo». L’invito è rivolto soprattutto agli Stati «che hanno elaborato nuovi indicatori o adottato altre iniziative a renderli noti al Segretariato generale, al fine di contribuire alle attività dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel settore dello sviluppo, compresa la realizzazione degli Obiettivi del Millennio per lo sviluppo».

L’Assemblea dell’Onu «cosciente che dei modi di produzione e e consumo non percorribili possono frenare lo sviluppo sostenibile e riconoscendo la necessità di adottare un approccio della crescita economica più ampio, più equo e più equilibrato», si felicita nelle sua risoluzione sulla “felicità” «per l’offerta del Bhutan do organizzare una tavola rotonda su questo tema». Quattro conferenze sul Fnl-Gnh sio sono già tenute tra il 2004 e il 2008, in Bhutan, in Canada, in Thaïlandia e ancora in Bhutan.

Coautore della mozione, il piccolo regno himalayano del Bhutan ha adottato nel 1972, l’indice della “Felicità nazionale lorda”, una definizione del livello di vita che crede più “olistico” del Perodotto interno lordo (Pil). L’indice della felicità si basa su 4 principi fondamentali che il Bhutan ritiene importanti alla stessa maniera: la crescita e lio sviluppo economico; la conservazione e la promozione della cultura; la salvaguardia dell’ambiente e l’utilizzo sostenibile delle risorse; la buona governance responsabile.

La risoluzione Onu afferma che «la ricerca della felicità è un obiettivo fondamentale della persona umana e incarna lo spirito degli obiettivi concordati, globalmente noti come Obiettivi di sviluppo del Millennio». Le risoluzione fa notare che «l’indicatore del Pil non è stato progettato per questo e non valuta adeguatamente la felicità e il benessere delle persone».

La crisi che aveva fatto sparire il “prodotto interno lordo della felicità” dalla scena internazionale, con l’incanaglirsi della speculazione finanziaria e il crollo di economie considerate floride, sta facendo riemergere come alternativa al sacro Pil  il “folle” indicatore del povero e felice Bhutan che dall’alto delle sue montagne guarda il mondo impazzito alla ricerca del profitto e dello spreco.

Thank you for reading. Maybe Italy will thank you too.

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Wiki

Petizione: Wikipedia partimonio Unesco dell'umanità

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Un pianeta da difendere

Rinucleare? Tanti motivi per dire: no, grazie

di Mario Tozzi, primo ricercatore Cnr-Igag e conduttore televisivo

Mentre autorevoli voci di scienziati competenti (Margherita Hack, che è un’astrofisica [*vedi articolo successivo, n.d.blogger]) e meno competenti (Umberto Veronesi, che è un medico) si dichiarano a favore dell’energia nucleare, già prima della tragedia della centrale atomica di Fukushima, la campagna pubblicitaria del Forum nucleare italiano è stata dichiarata ingannevole dal Giurì sulla pubblicità. Si tratta, in ultima analisi, di due facce, entrambe ingannevoli, della stessa medaglia, quella che vorrebbe l’energia nucleare ultima chance per il popolo degli uomini sulla vecchia Terra. Oggi più di ieri non c’è alcuna ragione per tornare al nucleare e i dubbi sono semmai aumentati. I costi sono, in proporzione, incrementati: una centrale necessita di 8-9 miliardi di euro che non si capisce bene quale investitore privato possa mettere in campo. Secondo Moody’s il prezzo medio dell’energia nucleare è più elevato del gas (+26%), ma anche dell’eolico (+21%), arrivando alla media, per MWh, di 151 dollari. In realtà noi sapremo quanto costa esattamente 1 kWh prodotto per via atomica solo quando il primo kg di uranio della prima centrale nucleare al mondo sarà reso innocuo. Cioè più o meno fra 30.000 anni. Sono le spese di smantellamento e di inertizzazione delle centrali e delle scorie, le “esternalità” nucleari, del tutto comparabili a quelle di petrolio o carbone: costi sociali che pagano i cittadini in termini di sanità e benessere. La congiuntura è peggiorata rispetto a 25 anni fa: la tecnologia è ancora sostanzialmente quella di Fermi degli anni Quaranta e non esistono impianti nucleari di “quarta” generazione. I problemi e gli incidenti rimangono e non esistono ancora reattori intrinsecamente sicuri. L’uranio poi non può evitare la dipendenza dall’estero, visto che non ne abbiamo nel sottosuolo patrio e che le riserve mondiali sono valutate in 5 miliardi di tonnellate, che basteranno, forse, per ancora mezzo secolo, se non si accendono nuovi impianti. Non è stato ancora risolto il problema delle scorie: non esiste al mondo nemmeno un sito definitivo per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Non si sa poi bene dove costruire la prossima centrale in un paese che è sismico, soggetto a rischio idrogeologico e vulcanico, oltrechè densamente popolato. Una nuova centrale EPR necessita di oltre 65 metri cubi al secondo di acqua e non si sa nemmeno se il Po possa sostentarla in eventuali periodi di secca. Resta il mare, con tutti i problemi che si possono immaginare. Il ricorso al nucleare è una scelta di grossi gruppi industriali supportati dalle banche d’affari, che non tiene in nessun conto l’ambiente e le esigenze dei cittadini. Efficienza energetica nella produzione e negli usi finali dell’energia, migliore coibentazione di case e palazzi (1/3 dei consumi totali, che può essere ridotto del 50-70% senza perdite di benessere, ma solo costruendo meglio e isolando termicamente), eliminazione degli sprechi, risparmio energetico, decentramento: questi sono i comandamenti da seguire oggi. Aspettando magari un nucleare senza scorie o l’idrogeno che verrà.

Mario Tozzi

Margherita Hack: “No a centrali nucleari in Italia (ma sì alla ricerca). Puntare su rinnovabili e solare”

Con un articolo scritto per MicroMega Margherita Hack puntualizza il suo pensiero in merito alle scelte energetiche del nostro paese.

 

Sono molti coloro che mi conoscono per persona di sinistra e ambientalista che si meravigliano che mi sia dichiarata a favore dell’energia nucleare. Occorre quindi qualche chiarimento, in base ad argomenti razionali e non emotivi.

Prima di tutto l’energia non è né di destra né di sinistra. La richiesta di energia va continuamente crescendo, soprattutto da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. Un intero continente come l’Africa sta ancora dormendo, ma anch’essa si sveglierà, grazie anche a quel potente fattore di globalizzazione che è Internet. Petrolio e metano vanno esaurendosi, il carbone, molto più abbondante, è anche fortemente inquinante. Bisogna evitare scelte emotive, in conseguenza di disastri come quello di Chernobil e ora del Giappone.

L’Italia è quasi completamente dipendente dall’estero per il suo approvvigionamento energetico; compriamo petrolio e metano dalla Libia, dall’Ucraina, energia nucleare dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Slovenia; siamo circondati da centrali nucleari dei paesi confinanti (59 in Francia, 5 in Svizzera, 1 in Slovenia) e se un disastro succedesse a loro, noi ne avremmo gli stessi danni senza averne avuto i vantaggi.

Io credo che dovremmo comunque non interrompere la ricerca sul nucleare. Se tutte le volte che l’uomo ha scoperto una nuova applicazione della scienza, si fosse fermato al primo inci-dente, saremmo ancora all’età della pietra e non avremmo mai messo piede sulla Luna. Se dopo la scoperta del fuoco, lo si fosse abbandonato dopo il primo incendio della nostra foresta, saremmo ancora nel freddo e buio delle caverne, se dopo la caduta del primo aereo avessimo bloccato la ricerca, l’aviazione non sarebbe mai decollata.
D’altra parte da tutti i fallimenti si impara e si progredisce.

La rinuncia al nucleare, decisa in seguito al referendum del 1987 secondo varie stime di e-sperti dell’Enel sarebbe costata all’Italia 120000 miliardi di lire. Inoltre il costo dell’energia elettrica, superiore del 40% a quello della media europea è una delle cause della perdita di competitività che ha colpito l’Italia dal 1990.

Certo che i disastri nucleari possono colpire gran parte del pianeta. Perciò, dato che si parla tanto del villaggio globale, il problema della sicurezza e in particolare quello delle scorie, andrebbe risolto in modo globale, con la collaborazione di tutti, anche se mi rendo conto che è un’utopia. Questo è stato tentato a livello europeo per quanto riguarda il grave problema dello smaltimento delle scorie. Così le centrali nucleari dovrebbero essere situate solo in regioni sicure dal punto di vista sismico e degli tsunami e disposte a vendere energia a basso costo ai paesi che per ragioni geofisiche non possono metterle sul loro suolo. E anche, aggiungerei, in paesi più seri del nostro, in cui anche smaltire la spazzatura di Napoli diventa un problema, e in cui sembra impossibile evitare infiltrazioni della criminalità organizzata.

Perciò ritengo che la ricerca deve continuare, anche sperimentando l‘impiego di combustibili nucleari che abbiano una vita media più corta dell’uranio, un campo in cui mi sembra sta lavorando uno dei maggiori esperti in campo mondiale, il premo nobel Carlo Rubbia; che la tecnologia nucleare sarà in futuro necessaria, ma prima è auspicabile che si faccia ricorso in modo molto più massiccio alle energie rinnovabili e si attui in modo molto più efficace il risparmio energetico.

Le fonti rinnovabili sono: 1) la solare, nelle applicazioni termiche (pannelli solari) e fotovol-taiche, già in uso ma ancora troppo poco diffuse, e termodinamica, ancora in fase sperimentale. Tutte andrebbero incentivate e soprattutto la ricerca sulla forma più efficiente, la termodinamica, che si sta sperimentando dal 2007 nella centrale di Priolo Gargallo (Siracusa) col progetto Archimede; 2) l’eolica, con il primo impianto del 1984. Si prevedeva di produrre per il 2000 una potenza eolica di 600 megawatt, mentre nel 2004 si era arrivati a produrre 5 megawatt, per le varie discussioni e tentennamenti di origine sia politica che tecnica. Con la politica degli incentivi si è ora arrivati con 10 anni di ritardo a produrre più di 500 megawatt, mentre l’eolico in Germania produce più di 16000 megawatt, 8000 la Spagna e 3000 la Danimarca. In Italia si assiste a continui frenamenti sia da parte dei difensori del paesaggio, sia per le lungaggini burocratiche; 3) la classica idroelettrica; 4) la geotermica; 5) quella da biomasse, biogas, rifiuti.

Tutte insieme le rinnovabili hanno fornito circa il 17% dell’energia prodotta in Italia nel 2008, ma il contributo del solare (nel paese del sole) è stato solo dello 0,06% e quello eolico dell’1,4 %, mentre la classica idroelettrica ha dato più del 12%. Gran parte di questi dati sono stati raccolti e pubblicati da Marzio Bellacci nel suo libro “Italia a lume di candela” (Edizioni L’asino d’oro, 2010).

Da tutti questi dati si può concludere che è necessario incrementare la ricerca e gli incentivi per il solare. Un dato positivo è rappresentato dal decreto interministeriale del 5 maggio scorso che prevede incentivi per gli impianti fotovoltaici che entrino in funzione dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016.
Un altro dato interessante è fornito da un articolo di Edo Ronchi, ex-ministro dell’ambiente, pubblicato il 24 giugno 2010 su Milano Finanza in cui mostra che in realtà il fabbisogno italiano di energia, grazie al risparmio energetico e ai miglioramenti dell’efficienza degli impianti, è diminuito nel 2009 rispetto al 2008 di 22 miliardi di chilowattore pari al 6,4%.

Tenuto conto dei prevedibili crescenti sviluppi delle centrali di energia rinnovabile, si può concludere che non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari, e pur raccomandando di non abbandonare la ricerca in questo campo, sbaglio che fu fatto dopo il referendum e l’emotività dovuta all’incidente di Chernobil, è preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili, seguendo l’esempio della Germania, o addirittura della Svezia, che pur avendo tanto meno sole di noi, utilizzano molto di più l’energia solare ed eolica.

In conclusione: no alla costruzione di centrali nucleari oggi in Italia, ma sì alla ricerca sull’energia nucleare, senza demonizzarla, in previsione di un futuro, forse ancora lontano, in cui anche questa sarà necessaria, e dovremo imparare a dominarne i rischi; incentivare la ricerca e la costruzione di impianti eolici e fotovoltaici, migliorare l’attenzione al risparmio energetico, sia con costruzioni ecologiche che riducano al minimo la necessità di riscaldamento d’inverno e condizionatori d’estate (proprio il contrario di quei grandi palazzoni tanto di moda, con le pareti di vetro, serre d’estate e frigoriferi d’inverno), sia con l’attuazione al 100% della raccolta differenziata dei rifiuti, un fine facilmente raggiungibile ma da cui siamo ancora molto lontani.

Margherita Hack

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News dal Gran Sasso: l’esperimento XENON100

A caccia di materia oscura sotto il Gran Sasso

Le osservazioni non mostrano ancora segnali di evidenza di materia oscura, ma grazie alla straordinaria sensibilità dell’esperimento restringono moltissime le ‘’zone di caccia’’

Vengono chiamate Weakly Interacting Massive Particle, o più brevemente WIMP, le misteriose particelle debolmente interagenti che si candidano a costituire almeno in parte la materia oscura che permea l’universo.

Alla loro ricerca si sono messi i ricercatori di un’ampia collaborazione internazionale presso i Laboratori del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) grazie all’esperimento XENON100, il più sensibile del mondo in questo campo: i dati relativi a 100 giorni di osservazione sono stati illustrati da Elena Aprile della Columbia University, fondatrice e leader del progetto.

Cuore dell’esperimento è una camera riempita con 15 chilogrammi di xeno liquido, installati sotto il Gran Sasso nel 2006. Il rivelatore dovrebbe consentire di osservare simultaneamente sia la scintillazione e sia la ionizzazione prodotte dall’interazione tra le WIMP e lo xeno.

“In quei cento giorni ci aspettavamo di osservare circa due eventi provenienti dalla radiazione di fondo: ne abbiamo visti tre, quindi non c’è ancora nessuna evidenza, ma la ricerca continua, e gli ulteriori dati che stiamo già prendendo ci porteranno più vicini a un’eventuale scoperta”, ha spiegato la Aprile. “Già adesso i risultati ottenuti pongono i vincoli più stringenti al mondo, sulle interazioni di tipo ‘elastico’ delle WIMP con la materia ordinaria. E questo grazie alle prestazioni straordinarie del nostro rivelatore, nel quale siamo riusciti a ridurre il fondo radioattivo a livelli senza precedenti’’.

L’esperimento è frutto della collaborazione di 60 ricercatori afferenti a 14 enti ed istituzioni di Stati Uniti, Cina, Francia, Germania, Israele, Olanda, Portogallo e Svizzera. Tra gli italiani, sono coinvolte  le Università di Bologna e di Torino.

“In questi giorni gli occhi del mondo scientifico internazionale sono di nuovo puntati sui Laboratori del Gran Sasso dell’INFN grazie ai nuovi dati dell’esperimento XENON100”, ha sottolineato Lucia Votano, direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso. “I risultati illustrati durante la riunione del Comitato Scientifico internazionale del Laboratorio non mostrano ancora segnali di evidenza di materia oscura, ma grazie alla straordinaria sensibilità dell’esperimento restringono moltissimo la ‘’zona di caccia’’ delle cosiddette WIMP, le particelle più accreditate a costituire la materia oscura. La ricerca proseguirà e la Collaborazione XENON ha già presentato al Gran Sasso la proposta di un apparato molto più sensibile. Ancora una volta, il Laboratorio del Gran Sasso dell’INFN si conferma come luogo di eccellenza internazionale per la fisica astroparticellare”. (fc)

(Le Scienze, 14 aprile 2011)


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